siluro.

non mi lamento.
la percezione delle possibilità coscientemente lasciate a maturare è colma di giudizio postumo certo farcito di appunto tale consapevolezza. il ritardo che mai feci ora è inseguito per l’incastro ancor più perfetto delle mie capacità.
non ho fatto finta di non fidarmi di quanto paresse un’opportunità. ho colorato il mio spirito di una mancanza, e la scelta subito si è fatta audace.
mentirei se dicessi d’averne vissuto completamente bene, sarebbe assurdo e sbiadito.
la carne ora predomina le esigenze, infatti da tempo lo spirito tace.
inizia il terremoto della fase in cui le troppe maturazioni affrontano il suolo, cedendo alla persistenza della gravità, a raccontare la differenza che il concetto stesso di relatività si opporrebbe a loro, vivessimo in un’altra dimensione fisica; fosse questa composta di minoranza d’ossigeno.
è complesso capirne un vezzo, ricercarne la forma.
lasceremo che il giovine si concentri su di esso, inseguendo il suono unico devastante, che, come la meditazione, ci allontanerebbe ampiamente dall’attorno, abbracciandoci al sé rinchiuso. un urlo profuso. dimensione ilare dell’apparato chiamato normalità. sciocchi, continuerò a cantare una frequenza per volta, dando fastidio ai nostri costumi tutti.
e forse dopo, come il bambino che ho dimenticato, tornerò a cantare senza curarmi degli altri.

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