spalle.

bentornato silenzio. s’é appoggiato in coma un colore che raccoglie molte tue memorie, compresi i tentativi innumerevoli di ritrarlo. sembra l’arrivo del sentiero, la tanto attesa cima traguardo. i grani sotto le ginocchia non mentono, la sabbia infida si appoggia in ogni tua distrazione, invade e appesantisce lo spazio. e parli, e parli; sempre provi a farla uscire dalla bocca e questa s’inumidisce e ristagna. non riesco a stare proprio zitto io, non riesco a continuare ad ingerirvi cibo sopra, a combattere contro il mio amore. tanto ci metti a capire di aver compreso il tuo sorriso tanto ti ritrovi a versare lacrime sole, anche queste che si sentono prive di una casa. l’ostentazione delle certezze della propria forma di salute era un terribile tentativo di costruire una torre, fallimentare sin dalle fondamenta. uscio su un’autostrada di percorsi indipendenti e sempre disponibili, dimenticati per prendere una scorciatoia a fondo chiuso. riecheggiano dietro le barriere di contenimento le certezze altrui sulle mie scelte, le porto con me fino a che si dissolvono negli altri rumori, mi convinco che comunque non portavano con sé l’identità propria, marchiati dalla mia percezione degli stessi. fuliggine assorbita, parto immaturo, aggressivo reiterare. si alzano i riferimenti luminosi, riscrivono l’orizzonte. mi accorgo di nuovo della portata della mia distrazione, presenza decisamente mortale. le emozioni si riscoprono giovani, hanno sempre cercato di dire il loro, ma come tutti i giovani non avevano spazio. ora hanno anch’esse troppi anni, fanno fatica e vogliono riprendersi quanto hanno perso. chi sono io per tenderle altre gabbie? chi sono io per farmi così male? ne parliamo ancora. il sole cala. salutiamo entrambi in silenzio quello che ci rendiamo conto di non avere tempo di tenere, noi fitti di impegni. il sorriso continua a porre eco nelle settimane successive, si sposta di momento in momento senza recare troppo danno. un tempo non era così. ricordo terreni arsi sotto il petto a causa di questo. forse era troppo forte, o forse sono solo cresciuto. quel che importa è che davanti a quell’energia non ci siamo divisi, anche se abbiamo dovuto camminare in direzioni opposte. l’emotività appena adolescente richiede zuccheri. potrebbe sembrare obesa, ma forse è solo compulsiva. il suo vero nutrimento sono passi o pedalate e acqua, un impero continuo di energie non canalizzate, impazzite e voraci. sto molto in silenzio, ascolto la rabbia. quando questa vuole esprimersi il mio corpo è annoiato per non avere spazio ad altro. la lasciamo sfogare, le cerchiamo di parlare e lei sa tutto, ha solo bisogno di essere se stessa, come noi tutti. prendo la mano al bimbo che sono, posso forse dire solo adesso di averlo conosciuto meglio. camminiamo. parliamo. un giorno saremo io.