fieno.

me ne sono andato. non mi è piaciuto quel saluto anticipato da sguardi di sbieco, finte distrazioni e imprevisti mimici di inespressiva certezza. il buio ci ha aiutati entrambi, come quando ci nascondevamo insieme. sempre i sorrisi accompagnano la giustificazione di quella presenza, ancora essi orfani di quel saluto. dobbiamo necessariamente essere amici? sono alcune le domande che non hanno mai ottenuto risposta, sono troppe le domande che non ho potuto fare, per tutte quelle cose che non ho potuto sapere da te. quanti di questi non saluti possono farcirsi di quanto mai mi hai parlato? ti lasci scappare una confessione di quelle che non si fanno, e allora dovremmo essere a posto, secondo una logica che appartiene esclusivamente alle tue scelte. non conosco il modo di spiegare agli altri presenti che me ne vorrei andare. non capisco perché i miei pensieri non possano essere sufficienti alla mia volontà di camminare in silenzio. c’è sempre un altro amico che vuole evitare le conseguenze della tua scelta, ignorando i tuoi pensieri, gloriosa battaglia in difesa del volemose bene. non dimentico nessuno di quei momenti che ci hanno portato a qui, che approfittiamo della folla per evitare questo problema. la folla irrimediabilmente si occupa di creare vuoto, costruendo distanze percepibili alla sensibilità della pancia. che brutto modo di tornare a casa, da dove si è scappati per il futuro migliore. a queste conseguenze magari non ti conviene di pensare. chiudiamo le responsabilità nel giardino della vecchiaia, tutto si risolverà. intanto un cliente ci regala delle feci appoggiate e spalmate sul pavimento, affresco di quel tentativo di ristabilire il rapporto tra l’io e lo sfintere. silente sconvolgimento delle sicurezze ripone i pantaloni macchiati dal drammatico interpretare la situazione sul profondo blu del sedile. nascosto nel suo angolo cerca di dimenticarsi di se stesso. il fetore mi allontana. manca ancora parecchio per staccare finalmente. non sembra l’occasione di poter raggiungere successivamente la mondana meta e reintegrarsi nella ragnatela sociale che in qualche modo ci ha fatto soffrire anche stavolta.

si rompe il ritmo, un altro anti dolorifico ingerito si racconta ad una digestione forzata e sovraccarica di dati. non sono fatto per molte cose nel quale mi sono inserito e dedicato. le persone singolarmente, e a loro maleducazione, si sono create delle sicurezze sulle mie apparenze di loro interpretazione che dovrebbero giustificarsi alle sempre loro aspettative, perché tu sei questo e quello, perché tu dici che e quindi sei. mi si pone ad ostacolo lo stomaco, che, per sua direttissima qualità, pone le distanze e le colonne che tengono realmente la struttura effettiva, seppur ignorata. soffriamo di un silenzio di una voce che ci rendiamo conto di aver creato nella dimensione dei ricordi, per poter rimpiangere quella che era la certezza di una fantasia. sono troppe le cose che non mi legano a quelle che dovevano essere le mie ambizioni, agli esempi delle persone che avrei potuto voler essere. e quindi a mio modo anch’io cerco riparo, che stasera è ancora più di distante, causa della lunghezza di un sedile sporco.

e adesso dovrei anche rimettermi alla confusione di questo oggi, per cercare quella conclusione che sono già sicuro che manchi. non tramonta la vera sicurezza che l’oggi non cerca la trama e un percorso. come è vero che devo niente a nessuno a riguardo. ne approfitto per le vecchie foto di famiglia. sarà pur servito a qualcosa scattarle.

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