tramonto d’alba.

è molto tempo che non mi appoggio alle mie gambe, seduto a fissare l’irriproducibilità della ghiaia. viene inviluppato il genio, e le definizioni di intelligente si sprecano nel nulla. lodano l’impegno altrui giustificando il proprio vuoto alla non presenza per se stessi, al ritardo di una vita, all’oppressione forzata dei naturali desideri. e tutto si riversa a chi ne ha pazienza, e riempie la sacca di tutti i disagi che gli impazienti non vogliono tenersi, e spesso insensibili, trovano nella capacità paziente il proprio lurido bivacco. menzogne a sostegno di un’identità beffarda alla propria coscienza, capolavoro d’attoriale dote sprecata; insensato costume di un buon senso riconosciuto e attribuibile ai troppi. è quel senso di nausea come un lontano odore di gomma bruciata che non permette il riposo o sollazzo dei sensi di fronte un buon panorama. cerco il contegno che da questi formalismi mi viene richiesto, perché il mio non si vuole assumere la sua responsabilità a questi confronti, quando non complessi di valori e forme definite dall’espressione. quindi mi rifaccio al silenzio ed alla contemplazione delle cose, e i riferimenti di estraneità ai contesti ed alle flessioni di disposizione dell’indefinibile, ovvero di quella dimensione impalpabile di quanto si produce nella convinzione di chi sta realmente ben agendo nei confronti dell’altro; e qui non ve ne si fa una questione di critica allo spirito, bensì all’importantissima protesi che applica il mio io ai miei gesti, che mi pone sottovuoto, come fossi cibo a proteggermi dal deterioramento. non alzarsi con la certezza che ne valga la pena o che possa essere più serioso continuare a dormire indispone la mia velocità di risveglio, ed ogni parola subito precedente la consacrazione di questo è una ferita superficiale ma percepibile come profonda. è un micro delirio dovuto al non star bene di per sé, a non trovare o sentirsi parte di una collocazione astrale. tengo forza al mio rifletterci, le energie non sembrano ritirarsi alla chiamata. non credo sia costruttivo farmene una colpa se per strada non ti saluto, se siamo distanti, se camminiamo in direzioni opposte, o se semplicemente non ci siamo del tutto incrociati. pongo priorità al mio percorso. ogni mio passo ha una responsabilità sul tutto, e ci sono momenti nei quali non posso assolutamente permettere di distrarmi. e se ho bisogno di consolarmi ripenso ai tuoi baci, e li pongo tra la sabbia e l’acqua; dove niente potrà permettersi di essere un problema.

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