circo.

collasso spirituale, per così dire.

tentativo di ristabilimento cutaneo.

la cicatrizzazione delle non abitudini e far si che l'oggi possa essere domani.

è del domani che penso.

e quel domani che mi fa agire oggi; e me lo chiedo spesso, cosa sarei io senza quel domani.

indago le quantità di cose che non so cercando di collocarmi tra le possibilità.

ho cattiva percezione delle relazionabilità dei miei argomenti.

sorrido troppo spesso a persone che schiaffeggerei.

ecco.

mi sono innervosito.

al mare da solo.

Non so che pesci pigliare. Non m'importa di dar l'impressione di vagante nel nulla. Anche perché lo sono.

I tentativi d'esperienza sono tutti finiti in delusione. Il bagaglio si è appesantito e il veicolo è meno capiente. Tocca fare scelte scomode e le proposte si riducono alla sola noia non certo di tipo giovanile ma forse e comunque esistenziale. Le generazioni coetanee continuano anch'esse a riproporre errori scelti e mirati: qui il giovane trova impiego nello sbagliare e trarne pro e contro. Il far nulla domestico è diventato oppressivo. Le realtà sono diventate tutte poco proponenti. E si va dove c'è di più ma non c'è niente. Aumentano solo le maschere e gli atteggiamenti. Di proposta v'è n'è comunque, praticamente, assenza. La vera creatività continua a permanere all'interno dell'ognuno, e, non solo per questo, leggibile a pochi.

Le foci sono molte ma i fiumi scarseggiano. Tocca correre a piedi nudi sui sassi e andare incontro alle onde che però respingono. Tentiamo di appartenere noi pochi ad una realtà comune complicamente raggiungibile. Li conto i sassi ma mi annoio. Lo faccio spesso mentre penso a come potremmo unirci. È bello sognarne e progettare al tavolo. Non sempre se ne raccoglie prodotto. Buono o cattivo che sia. Tento comunque di portarmi dietro tutti e riparare le molte perdite che si notano. Tante altre si dimenticano e non si ce ne accorge. Certo non è facile star dietro a tutto. Certo la mente ne soffre. Vorremo fare tanto ma c'abbiamo poco. I soldi sono altrove ed ogni giorno più lontani. Le nostre generazioni vagano perché non trovano riparo. Eterni nomadi tra le possibilità ed i forse. Ma alla prima tempesta i finti ripari si rivelano tali. Si piange e si soffre e semplicemente si scopre che il problema è un altro e che la soluzione è né qui né qua. Basta scavare nel nulla e qualcosa si trova, lo prometto.

Do da mangiare alle formiche mentre mi convinco che sovvertire risolverebbe tanto.

È nelle geometrie che mi rifugio adesso. Mi fanno stare diciamo bene e sentire protetto. Mi mettono comunque a loro agio.

Perdo il punto di tutto e non cerco mica di rimediare. Mi riconvinco, come spesso di questi tempi mi capita, ch'è meglio girare qui dove siamo, tanto c'è poco altro che vi si può vedere, ed in brevi pause mica sempre. Non c'è luce ma molti insetti sono ugualmente a me attirati dall'energia di questo qualcosa vicino. Che vicino non si può dire ma il sentore lo fa pensare tale. Del resto a senzazion non si comanda. Aumentano le linee rosse alla maggiore chiarezza. Quel che sembra un paradosso diventa sicurezza. Allora prendo lo strumento e cerco di suonare il rumore di una nuvola. Poi mi rido addosso da solo ma non cambio né idea né obbiettivo. Ne rido e ci do forza.

Mi sembra corretto di parlare solo ma in silenzio. Insomma, sono cresciuto.

Mi viene da capire che dove mi sono preso la pausa sia abbastanza impegnativo; quindi è poco pausa. Allora voglio tornare a casa per prendere una pausa. Andare un po' in giro e stare con le persone che mi piacciono e desiderare la ragazza che vorrei abbracciare forte.

Alcuni mi dicono che scrivo per apparire. No no. Non credo proprio. Anzi mi sembra superficiale da parte tua che. Solo che tu guardi sempre tutti i panorami dalla stessa finestra, che poi diventa uno schermo. E quindi ti sei perso un sacco di cose. Non voglio mica darti delle verità. E mica ti dico che ti voglio bene. E non perché non mi conviene.

Questo è il periodo dell'anno in cui terribili mostri neri iniziano a strisciare copiosi. Sono piccoli quanto disgustosi e ributtanti. Mentre li guardo ancora mi assicuro che preferisco le formiche. Di cui continuo a tenerne cura a modo mio. È tardi ma continuano a lavorare. Ed io scemo che ho posizionato il cantiere lontano. Spostarlo sarebbe anche dannoso. Vediamo quando ci sarà di nuovo il sole cosa mi verrà in mente.

Ogni giorno voglio svegliarmi per utilizzare le cose che ho comprato per fare colazione. Questa è la mia occupazione qua. Non ne sono molto contento.

Mentre insetti fecondano le proprie femmine mi chiedo dove vorrei andare a fare una passeggiata. Magari dove non ci sono tutti quei occhi attaccati agli alberi e nelle strutture che scrutano tutto fuorché la loro personale noia cronica.

Accendo un vecchio motore rumoroso. Poi accendo il televisore ma ne azzero l'audio perché ho bisogno d'immagini. Prendo l'acqua e lascio il libro dall'altro capo della mia attenzione, della proprietà.

trovo finalmente quello che prima avevo pensato che volevo.

I capogiri diminuiscono.

Faccio fatica a digerire le sempre schifezze istituzionali. E da quando sono nato che albergano sempre le stesse facce. Cambiano solo le pompinare. Perché purtroppo a questo sono accondiscendentemente obbligate. Storie di cani e cagne e cani. Urino ovunque per evitare sprechi inutili di risorse e poi controllo che le formiche non vengano mica attaccate da minacce non molto lontane.

Poi mi distraggo un attimo con le carte. Così non dovrei neanche perdere la concentrazione.

Lascio prendere aria alle pagine e scopro di non aver talento.

Sto giocando ma non scherzo.

Forse e probabilmente mi riferisco strano rispetto al come preferiresti.

I giovani sono allo sbaraglio e noi qui a mangiare patatine. È proprio strano il mondo eh.

E che ti piaccia o meno tu leggi che poi ne parliamo. Che non si capisce tutto mica come bere un bicchier d'acqua.

Io volevo solo spostarmi al vento ma mi sono ritrovato in un normalissimo racconto di quelli nojosi che già li conoscono tutti. E vorrei essere didascalico adesso quando mi esprimo. Senza senso di sintassi.

Le cose giuste continuano ad arrivare tardi.

Faccio punteggio ma non vinco le partite.

Anche se sto migliorando non mi sento più forte.

Ho sonno. Vado a spegnere le luci.

al mare con.

Sono statico ed all'ingrasso. Mosso solo dai desideri di mangiare e bere caffè. Ogni tanto leggo ma v'è poca soluzione alle infinite possibilità ingestibili. Potrei ma mi manca sempre qualcosa. Qualunque cosa desiderassi fare. Ed anche il tempo sembra prendersi gioco di me. Anzi, già se n'è preso dico io. Ogni tanto passeggiando lentamente vado a scrutare quel mare mai fermo mai annoiante. Sorseggiando acqua locale. Colto dal decisamente non saper che fare scelgo di avvicinarmi a quella strana figura sulla sabbia che non si capisce. Chiudo i vetri ondevitare che gl'uccelli invadano il mio spazio.

Il mare porta sempre dei regali ogni volta che si muove. Ma stavolta non c'è niente per me.

Intanto scopro che ha regalato una casa ad un rassegnato cigno nero costretto a strafogarsi di materia aleggiante costantemente nel suo intorno. Anche se abiterà qua poco. Che sia prima un branco di bracconieri o il mare di nuovo a trasferirlo.

Mi distendo ed ammiro l'abusivismo edilizio tipico di questa costa. Mi affascina e talvolta disgusta allo stesso tempo. Del resto non piace che la creatività venga utilizzata solo in queste piccole cose. Vorrei serbare maggiori vittorie alla fantasia.

Torno, e la mia terrazza si riempe di insetti che scelgono di morire.

E uccelli di buon ora cercano di sfondare un vetro con il resistente becco opaco. Poi urlano e scappano come giovani delinquentelli.

La produzione di gioielli qui è continua e non sfrutta nessuno. È a costo zero ed il risultato è certo sorprendente. Una continua catena di produzione che produce per diletto, lontano da lucri materiali e vezzeggiamenti culturali.

Intanto c'è chi prende in giro la ggente. E li tiene sempre in allerta dal possibile terrore possibile scaturente da selvaggi individui senza apparente scopo alcuno che serpeggiano tra le civiltà economiche per privarne profitti.

Sento di meritarmela adesso una buona partita. Ma non succederà. Mica si regala niente. O sono io a non saper giocare o questo gioco è infame.

Mi continuano a regalare cose che non mi servono. Poi ogni tanto sopraggiunge qualche spiraglio bonario e ricreante; ma solo ogni tanto. Come fosse necessario respiro per la diciamo necessaria sopravvivenza.

Insomma. Ancora una volta tanta pochezza.

Ed io che ci sto provando di continuo. Anche analogicamente. Forsennatamente talvolta. Finché la percezione del tutto perde rotondità e chiedo a me qual'è il senso che ha questa cosa. Dov'è la ragione del mio scopo?

Cerco allora e mi rendo conto di star cercando di mettere ordine in qualcosa che non è mio. A tratti è umiliante rispetto alla quantità di altre cose che potrei effetivamente fare.

Ma ogni tanto me lo chiedo. Ma che mi illudo a fare?

La stanchezza non mi permette di continuare a perdere.

Ti è piaciuto lo spettacolo che abbiamo visto ieri sera? Ti ha divertito? Che ne dici se facciamo una passeggiata in riva al mare? Quando ci ricapita? Forse ti ho fatto anche troppe domande però se ti va veramente io una passeggiata la farei, veramente, quando ci ricapita? Vorrei che il lungo tramonto di questa costa fosse già iniziato così potrei mostrarti quelli che sono i colori che mi emozionano e che non sono mai riuscito a riproporre su carta. Quando penso a quei colori e qualcuno mi chiede di descriverli non so proprio da dove cominciare. Non ho altri riferimenti per creare paragoni. Mi è molto difficile pensare quei colori fuori da quella particolare ed affascinante cornice. Non potrei emozionarti se ne te parlassi e basta, questo credo. Li dovresti vedere per quello che si presentano anche perché ogni sera è diverso. Se ti fermerai abbastanza e ne avrai agio fossi in te mi fermerei si. Apparte il fatto che mi farebbe piacere indifferentemente che ti fermassi, in cambio del piacere spero reciproco ci penserebbe appunto la situazione a regalarti una di quelle viste che non basta vederle in fotografia, no no. Poi parlo sempre io e la cosa non mi piace. Anche se mi fa piacere che te ne stai lì ad ascoltarmi e non accenni a voler fare altro, mi fa pensare che ti faccia piacere e che ti piaccia ascoltarmi mentre ti racconto delle cose che ho fatto prima di tornare qui, a ricordarmi e non il passato. Sai quante cose che ho vissuto qua. Nella surrealità di un mondo costruito sulle fondamenta della fantasia di un bambino per-la-sua-età intelligente. Quante le cose che qui ho pensato e quante quelle che ho creato. I più bei sogni forse li ho fatti proprio qui. Il mio primo amore l'ho conosciuto qui. Qui dove le persone sono più spontanee e dove si dimenticano quello che sono nella vita mondana. Dole il sé emerge e ne gode dei sé altrui anch'essi tutti presenti ad un inatteso meeting che non ha pretese, vuole vivere di se stesso nella splendida energia di questo posto. Nel continuo e mai stancante suono ripetitivo delle onde che spingono e spingono e che anch'esse c'hanno regalato un sacco di divertimenti. Eravamo piccoli e geniali. Questo era l'immenso teatro dove i nostri spettacoli si animavano tridimensionalmente e ne giocavamo e ridevamo fino allo stremo. Fino a che la mamma t'obbligava, agl'altri, di andare a casa che è ora di dormire che non si può e non mi interessa quello che fanno gli altri. E poi questa casa con nove persone tutte dentro che si mangiava tutti i giorni tutti insieme tutti e nove nella grande tavola sotto l'ombra dell'albero e si rideva e si godeva del venticello che in quei mesi così caldi qualche sollievo lo regalava. Era pressocchè indispensabile. Quelle erano le prime volte che mi potevo permettere di tornare a casa solo per mangiare e dormire. Tutto si sviluppava nelle solite mura fuori dalle sole quattro mura. Noi che si stava le settimane ed il via vai di altri connazionali che villeggiavano massimo tre ma si facciamo quattro che la stanza è ancora libera. E almeno io che sognavo di vivere così praticamente tutto l'anno e la pausa cittadina l'avrei fatta gli altri nove mesi dell'anno mica solo tre miseri che poi erano due e massimo due e mezzo. Le partite di calcio sul bagnasciuga del moventatissimo mare, che noi amavamo ed amiamo ancora molto. Vengo qua ancora dopo così tanto tempo solo per stare un altro poco con lui. Lo devo ammettere. Ritorno ogni volta nei giorni in cui tutto era diverso. In cui la spiaggia era lunga da attraversare. In cui ci si scottava i piedi a lungo. Anche perché di sabbia ce n'era ancora. Prima che il mare si arrabbiasse molto e si riprendeva un pò di quella terra che ha tutt'ora di fronte ma che non è sicuro fosse già "sua " prima di tutto. Fatto sta che poi metteveno tutti quei sassi lì così per evitare che queste piccole casette fossero letteralmente sfaldate. Perchè poi è successo. Almeno un paio di costruzioni abusive le ha portate via. Una tra l'altro era abbandonata da un pò. Ci passava un sacco di gente qui quegli anni. Tanta. Mi ricordo persino due meravigliose gemelle americane bionde che si parlava almeno noi un inglese da bambini ma gli si faceva già i regalini perchè erano meravigliose che ancora me le ricordo. Ma era maggio e neanche il mio compleanno era ancora venuto, ancora ogni tanto si andava a scuola ma mi ricordo che quella era una domenica particolare ed allora si era andati per un giretto sui rollebleid ed una sana giornata dove i padri si stendono tranquilli al sole e se ne stanno zitti a raccogliere colore. Mentre io vivevo quelle esperienze tutte infilate in quegli universi così particolari e sinceri. Nati per esistere e riproporsi sempre originali. Che ci hanno dato agio e divertimento per così tante giornate da far piangere alcuni che erano da altri costretti ad andarsene perchè mio nonno, perchè l'abbruzzo, perchè il lavoro. Ci si svegliava tardi e la notte si viveva nel branco sociale a ridere e parlare e baciare e scoprire. Si condivideva molto tra i tutti. Ero comunque felice qui di venire sempre. Ti va se ci sediamo? Sai le passeggiate qui le facevo sempre da solo con un pò di musica apparte una volta con quel mio primo amore ma solo dopo un paio d'anni che ci siamo un pò riscoperti che ormai c'era un blocco sentimentale un pò formale. E poi perchè eravamo lontani tanto l'uno dall'altro. Un pò troppo. E poi tu. Giuro sei l'unica persona oltre appunto come ho già detto prima. E che volevo mostrarti questo lato della mia intimità dei miei ricordi. A qualcun'altro gli avrei mostrato lo scoglio dalla lontanza oppure il paesello oppura la piscina oppure la spiaggia quella coi lettini oppure dove dovevamo nasconderci a fumare come scemi perchè la mamma di lui o la mamma di lei. Questo suono continuo non mi fa che star bene, non so tu eh. Ma a me da tanto. Da calma. Poi mi ricordo a leggere i fumetti per terra sull'erba mentre il vento accudiva il tuo riposo da quell'asfissiante caldo che ti bloccava, mentre aspettavi che si svegliava l'uno o che ci si iniziava a riunire perché si andava a giocare. Eravamo tutti insieme e tutti soli massimo a gruppi di due con concessioni ogni tanto, nei momenti in cui non si dovrebbe, di un terzo o addirittura di un'altra coppia. Sostanzialmente si stava tutti uno ad uno. Quello con quello, quello con quella, quella con quella, sempre quei due. E così le storie trovavano intreccio. Le informazioni viaggiavano da uno ad uno poi all'altro. Anche perchè, va detto, ogni tanto il compagno di coppia cambiava. Ce n'era si uno principale ma un momento lei che ti diceva quella cosa su lui o lei che diceva a lui quella cosa su di me o lui che voleva chiedere a lui cos'è che non andava in lui. O cosa piaceva a lei. O perchè non andiamo a mangiare con lei e lei oppure con lei e lui. O io e te. O io e te e lei con chi vuole. Nell'arco di quel tempo a rotazione si stava tutti insieme. Ma mai più, appunto, dei numeri citati. Dai mangiamo un gelato. Dai andiamo a guardare quella. Dai facciamo uno scherzo a quel coglione. Ci siamo divertiti tanto in tempi giovini. Ora tutti telefoni e capelli pettinati e che palle sta qua a fa nniente oh. Si sono smarriti praticamente tutti. Si viene comunque tutti qui ma le scarpe ma cioè quello ma la maglietta dove l'hai presa ma che facciamo ma che palle. Fa comuque sempre piacere stare tutti qui. Il caffè di fronte il mare. Lo scoprire quanto io e te siamo diversi ma si sta così bene qui insieme. E quelle cose che non ti ho detto mai. E ci vediamo dopo. Non credo che tutti le abbiamo vissute realtà così fitte come quella qui intorno e la sua intera storia nata con noi fringuellini. Tu, dove andavi in vacanza?

Ah, ho capito.

Ehh, infatti.

Visto? Mi fa piacerebbe che pensi che ne sia valsa la pena. In fondo te l'avevo detto. Poi appunto ogni sera è diverso. Hai fame? Dai che cucino qualcosa. Ti vuoi fermare a dormire? Non fare complimenti. Anche il mare delle nove-dieci del mattino è uno spettacolo.

Mi sembra un'ottima idea sai. Così entrambi non ci facciamo il viaggio soli. In fondo abitiamo nella stessa città. Così guardiamo un altro tramonto e ti potrò mostrare alcune differenze. Poi se guardi bene a quell'ora puoi vedere il fumo che esce dal vulcano. Ieri non si vedeva. Oggi sicuro si perchè si vede anche adesso. lì. Vedi?

la consistente percezione del volume sotto il muscolo. la convergenza di energie nonostante le mura tra di esse. l'incapacità della riduzione accompagnata dalla sorpesa dell'inatteso.

essere nella condizione di ritrovarsi comunque soli già in mezzo a pochi buoni.

il lontano amare di due entità; il ricordo delle possibilità potenti fonti di piacere. la particolarità della solitudine compagna dell'impossibilità in molti di capire. il solito vuoto riconosciuto nelle parole altrui.

non do agli assoluti forma assoluta.

la mia malattia non si cura con i sorrisi, di fronte a questo tu scappi come un granchio tra gli scogli; ed io, predatore, sto nascosto ed all'attenti. le mie pazzie hanno ragione d'essere; le mie stranezze ne sono prodotto necessario. lo stato d'allerta è alto. l'amarezza per ciò che non mi viene detto è forte. i numeri che non mi fanno leggere, troppi. l'immutabilità del mio sguardo, labile. nella continua ricerca ossessiva non dei suoi occhi, bensì del suo atteggiamento. lei si nasconde nella sua furbizia; da me segretamente smascherata oltre tempo. il suo amico è un fantoccio di cartone, addobbato e non pesante. io sono il giullare deriso di una corte sciolta. vorrei vederla ma non incontrare i suoi occhi. il ritardo è un obbligo, nonchè una qualità. la mia stupida istintività mi si ritorce contro. lei è silenziosa ma mi accorgerei del suo passaggio. anche se i rumori sono più attivi del nostro sostare. la vedo. ha evitato la mia finta trappola involontaria ed il suo amico..galleggia nel suo sudore.

la puzza di quel lago si sente solo avvicinandosi alla riva; figurati se vorrei nuotarci o fare un giro in barca. le escursioni sono finite comunque da un pezzo. ne ho bevuta un pò di quell'acqua. ne sono stato deriso. allora impegno la memoria al massimo. la rendo satura d'applicazioni, di immagini e codici di scrittura. e più volte dopo non troppi numerosi passi mi chiedo dove sto andando..nell'afflosciarsi della novità della cosa, stanca anch'essa di esistere. il giovane confronto tra me ed il mio voler essere. per fortuna non sono così ingenuo da voler far predominare uno sull'altro, sarebbe sc-emo. mi ritrovo in mezzo ai significati, in quella sensazione di sostare in mezzo alle acque, e quanto odio utilizzare metafore cristiane. continuo a modificare senza mai estrapolare la radice. continuo a potare rami già potati, spero nel sempre verde ma ho un pollice nero. non è che sia chissàchebello. penso alle persone con la testa da radio che vanno in giro per le strade, come se fosse carino decorare le cacche dei cani per strada; questo mi sembra. penso a delle isole allora. silenti e vuote, ancora padrone di loro stesse; ed al quanto io voglia mantenerle tali. ci andrei a cercare dei suoni mortali, destinati ad una pessima ed innaturale fine, precostruita nell'inconscio degli stupidi esseri che siamo diventati. le musiche da qui mi faccio accompagnare non vogliono essere altro che un tentativo di armonizzare l'insopportabilità emanata da coloro che si incontrano. ed il 99% li si incontra contro volontà. quindi cosa facciamo? ancora una settimana e qualche giorno e poi si tenta di nuovo di cambiare vita? vediamo come va la prossima passeggiata.

dovrei pensare agli estratti da portarmi dietro, e soliloquiare ad alta voce in più posti possibili, accompagnato da qualche nuovo amico, che ne tra lieti sensazioni.

l'ossessione dell'inglese si rifà presente. nella patologica odierna società è importante che tutti dicano le stesse parole. che già non ci capiamo con noi stessi. siamo pieni di acciacchi. cerchiamo concetti e troviamo bisogno di farmaci. con le dovute metafore posso avvicinarmi a molte persone. far si che la mia nausea venga condivisa così da prenderne poco a testa, non so quanti saremo, e renderla più leggere quindi meno indigesta. la volontà è sparita e le domande sulla vita aumentano. mentre cerchiamo una strada che non conosciamo ci allontaniamo sempre di più dalla meta. come ciechi nel buio bosco ci facciamo travolgere dall'autostrada dei suoni e rimaniamo stesi a contemplare quello che più non siamo. ma vagando e vagando prima o poi una strada affascinante la si trova, e con tutte le forze si cerca di seguirla. ci saranno varie cadute di stile, ma, finalmente, potremo guardare indietro soddisfatti, o almeno con un sorriso. poi invidio i "pazzi", perchè il ritorno alla relatà diventa sempre più schiacciante. ma ne ho ancora di strada da fare.

penso alle novità quando sto solo modificando piccole parti di un isieme già piccolo; accarezzo solo alcuni dettagli. mi limito a limitarmi. poi mi stendo e mi proietto mentalmente come galleggiante nel mare, che, quest'anno, tanto, praticamente come un amico, m'è mancato. mentre ascolto un lato nuovo del mio passato penso ad oggi. a quanto sia marginale la mia presenza ovunque: tra la mia vecchia città in cui non vivo più, tra i pensieri degli amici con cui non vivo più ma da cui è difficile staccarsene, ed alla città nuova che già ha dimezzato le proprie sorprese, e mi chiedo quanto durerò, in mezzo a consolidazioni formali e formalizzate. allora intavolo più d'una discussione e splitto la mente in due umori. rimango sempre io, con quella sensazione di inadeguatezza intestinale non permanente. mi lamento di cose che non conosco e quindi non trovo mai la cura, almeno non quella adatta. del resto è bello essere infelici.

decido di distrarmi un attimo e leggo le parole di un, credo, perfetto estraneo. insomma egli mi conosce, così bene da descrive quello che sono in questi giorni. la cosa mi sposta l'umore. forse non vado più avanti.


goffredo mi sta dicendo che non devo fare niente per forza, non sono obbligato. il mio problema è che vorrei fare e non ne trovo le forze e le idee. mi limito ad accarezzare per sbaglio, a sorridere come un ebete ed a desiderare quello a cui avevo pensato, che si rivela impossibile da realizzare, in assenza di un abbraccio o d'una domanda. rimane la cicatrice del mio sguardo ed un congelamento durato praticamente cinque mesi, percepiti come un intero anno. odiando quei fasci di luce che ti si poggiano addosso desidero la più profonda oscurità, nel completo delle mie percezioni energetiche, nel collasso di alcuni sguardi e sorrisi beffardi. c'è sempre da tener conto del mio denigrante correr veloce e lontano tra paure e preoccupazioni, teutonicamente, allontanandomi talvolta, talvolta, da quella che potrebbe essere la cosa migliore da fare, da me sempre non colta, compresa dopo. è il principio del post turbinio di desideri ed incomprensioni, è patologico.

vorrei qualcosa di più. ieri bastava un abbraccio. ora non so cosa fare.

immagini di colori sovrapposte, proiettate l'una sopra l'altra, da diverse angolazioni. i volti geometricizzati fungono da specchio dei già riflessi di quanto è virtualmente scritto sui muri. amarezza nei dettagli, sorpresa nell'irriconoscibilità dell'attimo. il turbinio di gas non rari nel tubo chiuso, il loro spingere e far rumore; la quindi loro esigenza di uscire. la mia impossibilità di apparir concentrato e coerente.

ho voluto accostare l’immagine per percepire meno tensione mentre scrivevo.
anche e comunque se quello che avevo in mente era del tutto diverso.

ci sono un sacco di insetti che mi volano attorno. non sembra perchè puzzo. credo che semplicemente stiano bene qui.
infatti fino ad ora non hanno minimamente arrecato alcun fastidio. gioiscono sul bianco del muro.  il prurito che ogni tanto percepisco non lo collegherei immediatamente a loro. piuttosto alla mia incapacità di comportarmi adeguatamente alla situazione.

e comunque e sempre incontro lo stupore dei loro movimenti, e la mia culturale incapacità di condividerli e di diventare possibile indifferente amico o rivale in condizioni d’incerta sopravvivenza.

ma prima o poi il clima si intesisce ed il culturale fastidio sopraffà le mie ansie.
ripercuoto il mio auto controllo e lo sfogo sui colori.

visto che non sempre le parole bastano.

while friends are still far from you, it is nice to look back at these photos.

it produces more than a smile.

3 is family.

di fronte l'accecante bianco del non essere, ricerco maniacalmente una matrice di suono, che possa essere un possibile specchio dove sinceramente osservarmi. tra le formalità e i ricordi, nel mio universo, lavoro come un ossesso, alla ricerca del non so cosa. gli esperimenti sono sporadici, e non si contano. che siano visivi o sonori, talvolta, non fa differenza. la ricerca consiste nel tentativo di occupare più spazio possibile, ma senza ingordigia. il risultato ogni volta è diverso e la connessione intellettuale tra di essi invece sembra perdurante, nonchè capace ogni volta di evolversi, a modo suo, nel silenzio delle immagini. la traduzione di quest'ultime ed il linguaggio si riconfermano come un problema..ed ogni mio intervento ne porterà la consapevolezza, nel dunque tentantivo di obbiettivare spersonalizzando quelle idee che talvolta con fatica, anche per me stesso, è stato difficile definire.

scoperto un nuovo divertimento, subito ne abuso. distolgo l'attenzione strappata alle altre dipendenze, e si avvicina il costante domandarsi come cosa. non c'è spazio per le lamentele, già troppo esposte al giudizio di chi non capisce. bisogna ripercuotere gli errori e farli scelte consapevoli e fuoritempo, perchè siamo artisti e così ci chiamano e così è intestato il nostro libero professionismo. nel germogliare delle sensazioni la pericolosità si fà soprattutto negli automatismi, sintomi di grossissime malattie psichiche contratte in tutte quelle ore a cercare niente, di fronte al bianco più finto mai visto. sarebbe poco garbato anche nei mie confronti andare avanti, volevo dare utilità ad una giornata insensata; ecco.

c.

il palato ancora trasudante quei strani giochi di percezione. pazzo guardavo il ritmico "essere" nella mondana teatralità. guarderei volentieri tutti i gesti compiuti con la bocca, le sopracciglia e gl'occhi. come sempre inaspettato e banale s'è presentato, il consolidato schema dello sviluppo dell'evento, fine alla sua utilità. opaco rimane il perchè di questo sostare delle persone, che potrebbero anche desiderare altro; e la domanda, con naturalità si pone, semmai fossero costoro capaci di desiderare. è stranamente difficile trovare la giusta collocazione per questi comportamenti, sui perchè e sui percome. fatto sta che ogni volta trovo assurdo ch'effettivamente così possa essere. i numeri sempre si ripresentano. e mai riuscii concretamente a contare..feci sempre attenzione a non innalzare troppo il livello di attenzione, comprimendo le mie percezioni alla multi-rielaborazione postuma consolidata essa stessa nel macabro e copioso processo. quanti però dei miei tentativi si contano, quante le volte voglioso di sfasciare gli algoritmi che inevitabilmente mi impediscono di partecipare attivamente all'essere annoiatamente presente. mi faccio trascinare..molte volte sono io stesso a permetterlo. e l'immutabile e maledetta convinzione, che, in mezzo a queste ombre, il suo sorriso abbia quel gratificante significato, che, ahìnoi, vi si presenta a doppia lama. io, il chiodo imbattuto pronto a piegarsi, mai, suppongo, sarò in grado, con questi elementi, di gestire le possibilità che queste situazioni offrono. rimango congelato, con la sensazione dei pesantissimi occhi che potrebbero e dovrebbero esserti addosso. la dolcezza della materia non aiuta, le altrui possibilità che si mischiano alla già impazzita roulette rendono tutto più tetro, malato ed ingestibile. gli occhi sgranati a cercare qualcosa. la puzza di tutto ovunque; e il muoversi così formale di tutti, e creare dei sentieri in mezzo agli umani arbusti..che si spostano per permettere ad altri di attirare l'attenzione..la mia nullità di fronte questi moti: incompresi, invadenti. le auto domande che spoentanee sorgono..il tirare la corda a chi hai offerto un piccolo posto per le mani su di essa. la noia e l'impotenza. intervalli di sorrisi, i suoi, potenti e magnetici. la sua gestualità, potenzialmente ancor più letale; la naturalezza che si mette in mostra, tra le mille domande su come ciò possa essere considerato reale, considerando l'intera scenografia. quello che ne è stato là dentro, e quello che immagino ne sarà. le braghe comunque calate..e l'ano irrimediabilmente/costantemente in mostra, che non ha mai avuto veramente paura degli sconosciuti. le ossa che non reggono, lo sguardo troppo impegnato che presto si stanca; la malvagia a-temporalità che abita la percezione stesso di quanto accade..tutto comunque lungo e percepito meta presentemente. la convinzione di poter leggere dal cinquantacinque percento dei punti di vista..dimenticando di dare un occhio anche a sé, ma non sempre.
il basta che mi viene istintivo. il mai a cui non ve rimedio. la mia posizione così non desiderata, ma pensata tale da chi, poi, in fondo, proprio non mi conosce; almeno non completamente.