la sera si è isolata. è facile inventarsi ricordi, mirare a precisi rimpianti. ogni giorno il tempo piange se stesso. quanti momenti della mia infanzia mi sembrano lontani dalla persona che sono, che sia diventato o che non sono riuscito ad essere. forse era sempre sera, quando il mare vuoto sapeva essere territorio più fertile per i pensieri, sempre in quei colori stupidamente ricercati dai pittori e dai fotografi. non ero piccolo, ero solamente smarrito con il compagno tonto che era la mia testa, due disadattati individualisti, geniali nel dar impressione di essere normali e di capire le cose ma esserne lontani per scelta. e in questo sono sempre io, tutto tocco e nulla mi appartiene. me ne rendo conto quando gruppi di persone ridono insieme, in pubblico, immersi nel traffico di realtà sconosciute che cercano di mimetizzarsi in una parvenza di connotato comunicativo universale. non ci sono meriti ad aspettarti, non è colpa dell’inverno che non finisce mai. mi immagino facilmente steso lì, sulla sabbia, ad accarezzare la polvere dei cantieri di contenimento dell’acqua, ed immaginarmi tutto quello che sarei potuto diventare, il che, forse, è sempre stato il mio gioco preferito. pensavo che tutti i miei giocattoli fossero andati persi, come vero che solo mia madre avrebbe potuto riportarmeli a metà, ma in un numero sufficiente a ricordarmi la persona che sono. quante cose avrei comunque voluto diverse, quanto è facile dirlo. è un periodo difficile, un periodo che da settimane si è trasformato in mesi, e non cessa di progredire. sento sempre le scosse tra le ossa e le dita tra i raggi, quasi da far fatica a camminare. è strano, l’altra faccia della medaglia mi descrive come eri centinaia di anni fa, dove sono sicuro ci siamo incontrati; posso dirlo oggi, dove sicuramente ci siamo riconosciuti. non ricordo il tuo nome, non avrei potuto dimenticare i tuoi occhi.

fieno.

me ne sono andato. non mi è piaciuto quel saluto anticipato da sguardi di sbieco, finte distrazioni e imprevisti mimici di inespressiva certezza. il buio ci ha aiutati entrambi, come quando ci nascondevamo insieme. sempre i sorrisi accompagnano la giustificazione di quella presenza, ancora essi orfani di quel saluto. dobbiamo necessariamente essere amici? sono alcune le domande che non hanno mai ottenuto risposta, sono troppe le domande che non ho potuto fare, per tutte quelle cose che non ho potuto sapere da te. quanti di questi non saluti possono farcirsi di quanto mai mi hai parlato? ti lasci scappare una confessione di quelle che non si fanno, e allora dovremmo essere a posto, secondo una logica che appartiene esclusivamente alle tue scelte. non conosco il modo di spiegare agli altri presenti che me ne vorrei andare. non capisco perché i miei pensieri non possano essere sufficienti alla mia volontà di camminare in silenzio. c’è sempre un altro amico che vuole evitare le conseguenze della tua scelta, ignorando i tuoi pensieri, gloriosa battaglia in difesa del volemose bene. non dimentico nessuno di quei momenti che ci hanno portato a qui, che approfittiamo della folla per evitare questo problema. la folla irrimediabilmente si occupa di creare vuoto, costruendo distanze percepibili alla sensibilità della pancia. che brutto modo di tornare a casa, da dove si è scappati per il futuro migliore. a queste conseguenze magari non ti conviene di pensare. chiudiamo le responsabilità nel giardino della vecchiaia, tutto si risolverà. intanto un cliente ci regala delle feci appoggiate e spalmate sul pavimento, affresco di quel tentativo di ristabilire il rapporto tra l’io e lo sfintere. silente sconvolgimento delle sicurezze ripone i pantaloni macchiati dal drammatico interpretare la situazione sul profondo blu del sedile. nascosto nel suo angolo cerca di dimenticarsi di se stesso. il fetore mi allontana. manca ancora parecchio per staccare finalmente. non sembra l’occasione di poter raggiungere successivamente la mondana meta e reintegrarsi nella ragnatela sociale che in qualche modo ci ha fatto soffrire anche stavolta.

si rompe il ritmo, un altro anti dolorifico ingerito si racconta ad una digestione forzata e sovraccarica di dati. non sono fatto per molte cose nel quale mi sono inserito e dedicato. le persone singolarmente, e a loro maleducazione, si sono create delle sicurezze sulle mie apparenze di loro interpretazione che dovrebbero giustificarsi alle sempre loro aspettative, perché tu sei questo e quello, perché tu dici che e quindi sei. mi si pone ad ostacolo lo stomaco, che, per sua direttissima qualità, pone le distanze e le colonne che tengono realmente la struttura effettiva, seppur ignorata. soffriamo di un silenzio di una voce che ci rendiamo conto di aver creato nella dimensione dei ricordi, per poter rimpiangere quella che era la certezza di una fantasia. sono troppe le cose che non mi legano a quelle che dovevano essere le mie ambizioni, agli esempi delle persone che avrei potuto voler essere. e quindi a mio modo anch’io cerco riparo, che stasera è ancora più di distante, causa della lunghezza di un sedile sporco.

e adesso dovrei anche rimettermi alla confusione di questo oggi, per cercare quella conclusione che sono già sicuro che manchi. non tramonta la vera sicurezza che l’oggi non cerca la trama e un percorso. come è vero che devo niente a nessuno a riguardo. ne approfitto per le vecchie foto di famiglia. sarà pur servito a qualcosa scattarle.

(pensieri in bicicletta)

la solita mansione. anche oggi ho assecondato il cervello che si sarebbe ricordato quell’ottima idea, orfana, abbandonata alla sua natura astratta. corrugo la fronte e ascolto la densità specifica del mio respiro, non come spostamento di massa d’aria, ma come azione muscolare, come gesto esistenziale. niente è come la coscienza di cosa sarebbe stato quel momento avessi potuto essere lucido, rendermi conto del potenziale in tempo presente. l’ennesima occasione sfumata, l’ennesima decisione importante affrontata di fretta, tutto e subito, e il giorno dopo il niente, e le passeggiate tra le mura di casa. è come un sasso, appoggiato sopra la tranquillità. prendo un libro e cerco di leggere un pagina, e subito il sasso riporta la quantità del suo peso, in grammi, scritto in fronte ai miei occhi davanti le parole, a raccontarmi la trama dei miei pensieri, cancellando quella del libro. mi impongo di ridurre i contatti, non ne posso più dell’ego altrui. fosse questo come un errore grammaticale in un bel testo. sembra di rimpiangere qualcosa, ma proprio come quel momento in cui mi convinco che mi ricorderò quella bella idea che ho avuto e sono assolutamente di fronte al non comprendere quel che ne é della radice alla quale la mia emotività, quale ramo, ne appartiene. è una giornata di sole che sa di pioggia. le ossa non si riscaldano e non parlano più con i muscoli loro attorno. non posso mentirmi e guardare dall’altra parte. qualcosa non funziona.

si scalda lo sterno. quella sensazione di felicità appartenente alla memoria inconscia infantile. tutta descritta nel suo sorriso. illudo ancora il me di una deriva esistenziale, quale questa proscenio del suo sblocco, della comprensione di un mancato singhiozzo mentre sotto gli occhi si riempie di qualcosa. forse questa volta non mi sto illudendo. forse invece è il solito percorso. ma la confusione di questi pensieri ci riporta al non sentiero, al percorso in quanto credo, non in quanto a pratica o mezzo. scuoto forte la testa e riporto l’attenzione a qualcos’altro confondendomi di più, ancora. non c’é mai stato bisogno di raccontarsi tutto subito, la comprensione è come il bambino che impara a camminare, che quando ha vent’anni ancora ogni tanto cade. il tentativo si ripropone emotivo. con la parola a servizio di questo, in cui il linguaggio viene fintamente privato della sua razionalità a servizio di un vaneggiamento. sono come i capelli nelle giornate di vento. è come il colore del mare osservato da vicino, fino a quel punto in cui poi ricomincia ad essere uno specchio. quante volte mi sono convinto di averci lavorato tanto, di avere un forte dunque in mano. è un suono contenuto in una sensazione. come faccio a descrive una vibrazione a parole?! è il solito dilemma. sono le solite questioni.

il prossimo obbiettivo è continuare talmente tanto da dimenticarmi tutto. devo dedicarmi a quella sensazione sotto lo sterno. sembra il perfetto carburante per la mia temperatura interna. non ho memoria di occhi che mi guardano così, nonostante siamo giovani, nonostante ognuno abbia i propri pensieri. ricollego tutto al ricordo del colore che rifletteva il mare quando il sole gli tramontava dietro. cercherò di concentrarmi fino a dimenticare il mio nome. mi ricorderò di quelle notti in cui mi stendevo accanto alla massa buia del mare, così che mi permettesse di osservare le galassie. ne riparleremo quando, adulti, non saremo ancora diventati grandi.

drone.

faccio la cernita dei convenevoli che creano insofferenza tipici delle festività. misuro con metodo le distanze che sento nei confronti di quanto mi dimostro. cerco di essere il più preciso possibile ed il più distante che posso dal mio ego e dai miei desideri personali. molte cose mi rendo conto di averle facilmente allontanate dalla mia quotidianità, dai miei pensieri, soprattutto quando incontro una persona e sto parlando con lei, non con il mio ego. non dovrò dimostrarmi molto altro, o molto ancora così platealmente; mi concentro in questo senso sull’accanto. lo scenario si apre, il sipario che cerca di imitarlo invece crolla, svela la sua struttura di ausiliario temporaneo, dall’identità nascosta nel suo nascondere per dote. non ne raccolgo i pezzi, seguo freddo il corso spontaneo dell’evento, come quando in una sala osservo un film, dando fiducia alla creatività del regista. qui, il nostro soggetto, regista della sua vita, potrà finalmente esprimersi, come poche volte viene invitato a fare. e il nascosto prende forma d’ombra, acquista spessore, si colora di contrasti, mi racconta se stesso come solo il silenzio può fare; concedendoci i fraintendimenti del caso, rendendo poesia una storia. le mie capacità relazionali allora si riassestano, calibro eccellente che ripristina i cardini, costruisce i riferimenti su dati sempre più precisi. il giudizio non ha del tutto preso posto a riguardo, anch’esso veste il principio dello spettatore non passivo, anch’esso curioso della forma del grigio del suo stesso io, della completezza delle parti, della misurazione dei vuoti con i quali siamo troppo abituati a rapportarci senza considerarli. c’è chi si riempie di cultura, e sottolinea la propria insicurezza riducendone il contenuto da un armadio ad un cassetto, sempre più isolato quanto più compresso. mira il cambiamento alla distanza utopica, a quel forse inscritto in trasparenza su un orizzonte. si allontana spesso da sé, e diventerà talmente abile da confondere se stesso con la propria maschera, oppure a fonderli insieme, in una tipica scultura assurda.
un’onda di fumo accompagna il soggetto che cammina. egli pensa a come si potrebbe tradurre un suono preciso in parole; meglio se poche.

siluro.

non mi lamento.
la percezione delle possibilità coscientemente lasciate a maturare è colma di giudizio postumo certo farcito di appunto tale consapevolezza. il ritardo che mai feci ora è inseguito per l’incastro ancor più perfetto delle mie capacità.
non ho fatto finta di non fidarmi di quanto paresse un’opportunità. ho colorato il mio spirito di una mancanza, e la scelta subito si è fatta audace.
mentirei se dicessi d’averne vissuto completamente bene, sarebbe assurdo e sbiadito.
la carne ora predomina le esigenze, infatti da tempo lo spirito tace.
inizia il terremoto della fase in cui le troppe maturazioni affrontano il suolo, cedendo alla persistenza della gravità, a raccontare la differenza che il concetto stesso di relatività si opporrebbe a loro, vivessimo in un’altra dimensione fisica; fosse questa composta di minoranza d’ossigeno.
è complesso capirne un vezzo, ricercarne la forma.
lasceremo che il giovine si concentri su di esso, inseguendo il suono unico devastante, che, come la meditazione, ci allontanerebbe ampiamente dall’attorno, abbracciandoci al sé rinchiuso. un urlo profuso. dimensione ilare dell’apparato chiamato normalità. sciocchi, continuerò a cantare una frequenza per volta, dando fastidio ai nostri costumi tutti.
e forse dopo, come il bambino che ho dimenticato, tornerò a cantare senza curarmi degli altri.

trgn

nel tentativo di risollevarmi perdo fortemente l’equilibrio, rimanendo immobile. la concentrazione si è dissipata e la percezione del suo utilizzo massimo è illusa dal suo stesso contenuto. osservo l’oscura fessura che poggia sul buio per cercare di capire quale esso sia.
riecheggia impalpabile un sibilo nel preoccupante vuoto. il tentativo è l’urlare, tentando di misurare la profondità del vuoto. e invece nulla, qualcosa non torna. i suoni si disperdono e si smarrisce la dinamica di rimbalzo assoggettata consetuaménte ad una stanza di sconosciute dimensioni. il vuoto prende la forma dell’inespresso e il parallelepipedo della stanza diventa astratto e fuorviante. quanto non mi preoccupa più, ora, è l’inespresso.

tramonto d’alba.

è molto tempo che non mi appoggio alle mie gambe, seduto a fissare l’irriproducibilità della ghiaia. viene inviluppato il genio, e le definizioni di intelligente si sprecano nel nulla. lodano l’impegno altrui giustificando il proprio vuoto alla non presenza per se stessi, al ritardo di una vita, all’oppressione forzata dei naturali desideri. e tutto si riversa a chi ne ha pazienza, e riempie la sacca di tutti i disagi che gli impazienti non vogliono tenersi, e spesso insensibili, trovano nella capacità paziente il proprio lurido bivacco. menzogne a sostegno di un’identità beffarda alla propria coscienza, capolavoro d’attoriale dote sprecata; insensato costume di un buon senso riconosciuto e attribuibile ai troppi. è quel senso di nausea come un lontano odore di gomma bruciata che non permette il riposo o sollazzo dei sensi di fronte un buon panorama. cerco il contegno che da questi formalismi mi viene richiesto, perché il mio non si vuole assumere la sua responsabilità a questi confronti, quando non complessi di valori e forme definite dall’espressione. quindi mi rifaccio al silenzio ed alla contemplazione delle cose, e i riferimenti di estraneità ai contesti ed alle flessioni di disposizione dell’indefinibile, ovvero di quella dimensione impalpabile di quanto si produce nella convinzione di chi sta realmente ben agendo nei confronti dell’altro; e qui non ve ne si fa una questione di critica allo spirito, bensì all’importantissima protesi che applica il mio io ai miei gesti, che mi pone sottovuoto, come fossi cibo a proteggermi dal deterioramento. non alzarsi con la certezza che ne valga la pena o che possa essere più serioso continuare a dormire indispone la mia velocità di risveglio, ed ogni parola subito precedente la consacrazione di questo è una ferita superficiale ma percepibile come profonda. è un micro delirio dovuto al non star bene di per sé, a non trovare o sentirsi parte di una collocazione astrale. tengo forza al mio rifletterci, le energie non sembrano ritirarsi alla chiamata. non credo sia costruttivo farmene una colpa se per strada non ti saluto, se siamo distanti, se camminiamo in direzioni opposte, o se semplicemente non ci siamo del tutto incrociati. pongo priorità al mio percorso. ogni mio passo ha una responsabilità sul tutto, e ci sono momenti nei quali non posso assolutamente permettere di distrarmi. e se ho bisogno di consolarmi ripenso ai tuoi baci, e li pongo tra la sabbia e l’acqua; dove niente potrà permettersi di essere un problema.