io giovane coglione.

disdegno il tuo creder le cose senza saperle, superficiale dar per scontato che per nulla si addice a ciò che potresti professare; ed il problema che si è troppi come te, insopportabile alquanto. menti a te stesso e ti elevi chissà dove: e guardati i piedi, poi, lentamente, alza lo sguardo più su, piano piano; ecco, renditi maledettamente conto di dove sei, così forse la smetterai per quarantott'ore, e tornerai poco meno stupido di prima.

passa troppo tempo tra quei momenti in cui credo di essere portato ad aver senso, troppo distacco fra quelle realtà(in sé troppo brevi) che voglio viver, a coltivare il mio fiore ben più lontano di quanto possa sperare: non è un fiore in un vaso. non è un fiore in terreno. non è un fiore fermo che sai dove trovarlo; quel che vorrei fosse mio è un fiore in movimento, che solo in certi momenti so dov'é locato; e come dicevo, momenti tra di loro troppo distanti.

il mio fiore non lo sa, forse inconsciamente lo immagina, ma non lo sa, o, se lo sa, non io fui a dirglielo. spero piuttosto che lo desideri, ma l'impersonale sua razionalità non si confessa, e rimango tormentato comunque, perchè senza risposte, ahimé, giovane coglione.

(perchè non sono portato a conoscere anche sol qualcuna questione che riguardi la mia nazione, il governo di essa?: e l'europa s'indigna ed io e tu nulla sappiamo. cosa successe dopo tutte quelle belle parole rivolte contro al garante della più latente ignoranza, a strasburgo? che fu? deduco solo che il mio ed il tuo futuro sono feccia, se l'obbiettivo è raggiungere il tantativo di diventar se stessi.)

son solo dolori che s'aggiungono ad'altri, come fosse d'uopo farsi penetrare nell'ano dal boia che subito dopo ci giustizierà. e quanto mi preme capire chi v'é dietro i vostri schermi, chiècchessiete a goder di malinconia con me? perchè non parlarne?

ed a niente serve che vada qua o là ad urlar "disappunto" di stampo catto-borghese, e né apparir il contrario, che inutilmente uguale è. e n'approfitto per citare che "Rivoluzione, é girare la clessidra. Sovversione é ben altro: é spezzare, eliminare la clessidra." Max Loreau. si, possibile che già lo dissi, macchè dici che sia deleterio ripercorrere? non lo è stato quando hai capito le schifezze social-politiche, o sbaglio?

e quanto volentieri t'inviterei a far passi per liete vie..ma sei lontano mio fiore, emmai ti parlai di come e quanto ti considero fiore, e chiedimi cosa sono per te! e ti risponderei che sei il mio preferito di tutti i fiori, e sorriderei, e allora tu dovresti baciarmi; e amarci, dopo, sarebbe comune, non in senso istituzionale. e finiti gli specchi dove poter gioggolare torno nelle mie mura, scribante ben lontano dall'emanuense, eterno distratto da mezzi altroché del potere.

solo ora mi ricordo che voglio fare della mia puerile esistenza; è cosa che per ultimo mi ricordò fellini, e se non mi capisci osservalo, che più egli ha da dire di un'enciclopedia qualsiasi. quindi marcio da marcio, in posizione rilassata e con abiti non giovani; compio vedute irripetibili, scorgo bellezze inesistenti, che per tutto il resto dei miei giorni tenterò di riprodurre, perchè null'altro potrò fare, mio piccolo fiore; perchè a te che parlo soprattutto, comunque, qualunque sia ciò che dica.

enniente, vago solo tra cemento e poco altro, desiderandoti vicina, mio piccolo fiore.

morale monnezza.

camminar per la metropoli più vicina, e veder esasperate quelle schifezza viste qui, nella piccola cittadina, che è grande paese. ma nonostante ciò ci vidi un fiore sbocciare laggiù, un fiore che già conoscevo, ri-vidi il fior sbocciare e giungere nel mio tracotante essere innamorato, tra sofferenza e tante-belle-speranze. è stato questo fiore capace di farmi far cose impensabili, chemmai io feci, chemmai farei. e si aggiungono i domestici dolori, tali piccole ferite che squarciano i miei desideri, che vogliono ardentemente farmi male. e scopro di non esser socialmente capace, mi chiedo dunque se il mio amare può essere, perchè non so rispondermi; poi penso che la risposta sia lo sturm-und-drang che sento quando vedo quell'immenso(mi pare) fiore: e le mie violacee emozioni non sanno mentirmi come il mio carattere non sa farsi avanti, e quasi gode nel vedersi privato delle sue possibilità, per riuscire così a dipingere le sue sofferenze sul bianco, e continuar così, per il resto dei giorni.

e cosa più frustrante è non riuscir più a piangere.

la mia sfera sensoriale avverte il cauto affacciarsi di una dolce stagione; la mia sopportazione per l'altrui invece trova ulteriore e sempre più irrecuperabile sbocco nell'abisso, quel che definito tale per la sua inaccessibilità, nascosta nel buio. spreco parole, permettendo un buon sostentamento del mio voler riflettuto. nuove etimologie intanto mi sovvengono soventi istintuali personali. inizio il goder del femminile affacciarsi ai miei occhi, mosso con il frustrarsi delle mie capacità gestionali in merito all'esecuzione dei voleri osservati e capiti; muore in me dunque il rifocillio d'istinti, traspare l'incapacità allontanante qualsivoglia naturale invito. nelle più aperte occasioni provo disdegno, nel più elevato spirito è la difficolta a farsi padrona di me, occludendomi con timidezza. ne provo e ne penso, quante ne penso, mai a trovar giusto sbocco d' impegno in tal esortazione di prostro: risveglio di silenzi emblematici e di frasi e di gesti che neanche a pensarli pianificantemente sarebbero propinqui. tento di elidere l'iper pressione caffeinica mentre i battiti aumentano la mia ormai imprescindibile instabilità di fisico e psiche.

ho visto una persona occludere a se stessa le proprie pulsioni incrementando incredibilmente i propri istinti sessuali, tali da portarla ad una euforia opprimente, per me ascoltatore/osservatore. la mia rassegnazione poi non vien colta incastrandomi inesorabilmente in questo chiedi-ma-non-ricevi-e-continui-a-chiedere. sono fin troppe volte poco portato a dir le cose a parole e tento di invocar uno spirito riflessivo ben poco presente nelle persone, parlando generalmente con tanto poco timore d'esser frainteso da esse stesse. mi rinchiudo nella mia irraggiungibilità senza troppo nasconderla, quasi accantonandola per pochi(ahinoi) eletti(brutto termine). gli squallidi sorrisi quindi si ripetono quotidianamente per tempo determinato, visto che non sono portato a seguire un autismo sociale qualunque. ho assoluta voglia e bisogno di sfogare urla soddisfacenti, venali altisonanti distanti da golacei linguaggi di poco gusto. bevo fresco e fondamentalmente mi lamento desiderando un panorama/universo completamente differente, in cui i miei sogni terreni potessero viver più materialmente, lontani da qualsivoglia banalità. e mi impegno a mantenere una logicità che non desidero, pensando a tra poche ore, momenti di spensieratezza di verde urbano, in cui poter godere di un innocenza corrotta, ahinoi, da alcuni mezzi legali, nonchè leggittimati. in tutto questo il potere mi disgusta, ogni momento che lo percepisco. intanto suoni labili si infrango in se stessi,con un'apparentemente struttura che in realtà è tutt'altro, nel trionfo della "beffa" del linguaggio, in una delle sue forme.

non mi interessa accostarmi alla socialità se nella maggiorparte dele persone devo si notar superficialità distruttiva. mi sento magnifico attore, nella vita, io, costretto a far fronte ad intelligenze terribili, con cui mai avresti a che fare se non vivessi, ahinoi, senza quasi poter far nulla, nello stesso tremendo posto. non si pagar tal prezzo a forza, non può chiunque aver diritto di far quel che "crede", soprattutto quando taluno non ha capacità di credere.

esiste solo d'io, eddio lo so.

mi sento, e trovo, sommerso e circondato, in medesimo tempo, onde la via d'uscita è in cima ad una montagna che qui non c'é, e che non riesco a trovare, non per colpa mia(ma non completamente), del resto. e persone che mi conoscono non s'aspettan altro che bestemmie da me; va bene tutto, ma pensa figliuolo dov'é che ci siam conosciuti, e non sparar este cose completamente a caso, quasi secondo un sub strato di caso(dato la molto spesso magnificenza del caso stesso).

e più vi penso più ho necessità di mare; quanto credo sia vero che dò sei nato ti richiami, magneticamente; e comunque parliamo di mare, di poesia che si muove dolce.

attendo ergo l'irradiarsi di cogito nelle persone, qual attesa immane mi obbligo. la smetto, prima di stancar anche me stesso.

futuribile.

cos'é che ci riserva il futuro? ogni volta che passeggio osservo e noto migliaglia di questioni che distruggono qualsiasi idea di capacità evolutiva della nostra società.

l'italia, immensa terra depredata di tutto ciò ch'ebbe; qual immonda tristezza scorazza in me, qual innata incapacità di far qualché. e questi mezzi nient'altro fanno che consigliarci di partecipare silentemente, telematica vita sociale decostruttoria, scorazzo immane di insufficenze psichiche che fanno il trionfo dei finti seguaci di freud. trovarsi costantemente delusi da chiunque, chiunque.

in tasca non rimane nulla, comunque, se non quel bieco voler morire, a causa del non esser capaci di far, autodistrutti dalla propria coscienza che ci fa notar tutto, che talvolta è sopraffatta dalla superficialità; ma il non creder nel suicidio ci fa capire che si è costretti a starci, ahinoi. il mio istinto mi porta solo ad ascoltare urla adesso, sincere urla che parlano chiaro, ergo che non ti permettono di capire: tu, che più il messaggio è chiaro che non comprendi, antisviluppatore della tua stessa materia, terribile presenza materica nell'essere, non ti rendi conto della sua preziosità; autosabotatore dei tuoi voleri, nefasto creatore d'immondizia, consumatore inconscio di preziosità.

fare la cacca è una delle poche cose che credo mi sia rimasta incolume, il resto non v'é, mentre tento di scrivere, lontano da quell'ideale di "espressione" di cui tanto ti avvali. noi ci tentiamo, incompresi(chiaramente) e futuribilmente parlati dalla critica e collocati in schifezze culturali, criticamente lodati in un panorama chemmai ch'appartenne.

qual colore raggiungerà il mio cuore amante? non che un nero spleurito da se stesso, impoverito da un animo artificiale che m'inculcano tra le mie saggezze. certo della mia immortalità continuo a camminare da vivo, non potendo farlo da morte, dunque impotente di poter camminare senza essere osservato giudicato ed influenzato.

continuo a partecipare a troppe cose che mi coinvolgono in ciò che non vorrei; che fare? sono in un ambito in cui non posso sparire, perisco e repello.

mare, dirigere, sussultare.

qual più soave immagine; quel di quelle onde interpretate inutilmente, ma sognando.

il profumo che capii toccandole il collo con labbra giovini e quasi vergini non può essere riassunto qui, come fosse pane ed aqua, cosa che quelle vibrazioni che provo ora sono? l'inconscio riportarmi in quel momento di contatto con ella( eterno fiore eterno sbocciante)? c'è troppa luce, deturpa il mio meglio esprimere. così vicina e così lontana, senza troppe speranze, allorché sussulto, ci fosse il mare sarebbe tutto più facile, per me, che sono il primo problema. un vuoto, a causa di quell'apparente autismo che tuttaltro é. è me ne sto in mutandae ed ascolto urlare un pover uomo, che vuol dirme cose che già conosco, avendogliele io consigliate. questa immancabile sofferenza ora riabilitata da un flusso irriconoscibile, è d'uopo che tu ti chieda se capisci o meno, tento di farti immaginariamente avvicinare a quanto provo, a frammenti e senza ulteriori ausili logici. che bieco viver il nostro: io t'amo.

la prima più irrispondibile questione è se stai ascoltando le mie parole, saper se tu ebbi possibilità di leggermi, mia cara, perchè cara lo dico solo a te, mai comunque ti chiamerei amore, come tutti fanno. ho permanente l'immagine dei tuoi occhi sui miei, instancabile comunicar d'istinti; desidero le tue mani ed il tuo odore e la tua bocca, ora nient'altro. il mio perire sempre uguale in questo, essendo io mai capace di dirti nulla direttamente, mia cara. quante lacrime ti farei gustare, sincere come non lo sono i miei riflessi razionali quando ho occasione di incontrarti; è purtroppo lo devo fare in-casa-tua dove c'è sempre troppa affluenza di persone, in quella città che detesto, così vicina quanto lontana. in quella città che tanti definiscono puttana; non io a farlo.

quand'è che ti incontrerò in riva al mare? dove le mie passioni potranno sopraffàrre la mia, in questi momenti, inutile ragione.

ascolto più volte il rumore di quello sgabello che so dov'è; quanto vorrei ci potessi venir anche tu in quella stanza, ad acoltarmi urlare tutto quello che vorresti sentirti dire, tutto quello che ti vorrei dire. sono stanco e deluso da me stesso, continuerò ad amarti così: non corrisposto ed amareggiato. d'altronde amaro ed amore sono due parole similissime, e non voglio certo giustificarmi; t'amo, cos'altro aggiungere al già inutile decoro?

partire? per andare dove? su un altro set? no grazie, qua già è abbastanza, non devo aggiungere altro.

possibile perdere così tanta fiducia per qualcuno? qualcuno che non conosco e non so cosa vuol fare; ma, ahimé, mi sento talmente immischiato, e sento puzza di feci meschine; occhi sedati, animi mascherati e destinati all'abbandono, ritardi prestabiliti, tutto uguale, ovunque, nulla di chiaro, perchè non spiegato, consolazioni fittizie, i soliti quattro schermi troppe volte al giorno, comunque alla settimana, comunque al mese; o tutto il contrario di questo? parlo perchè non so, altrimenti non saprei che dire; parlo perchè non so chi legge, altrimenti saprei che dire.

quindi? arriverà una qualunque conclusione? non credo, mi lascio preda di questo -strim of anconscusnes-, tanto non sono predatore, quindi non attacco. senza pretese blatero questioni, perlopiù irrisorie, per motivi già citati, o comunque per motivi che il mio conscio incoscio conosce.

chi non capisce fellini non può pretendere di vivere. lo stesso vale per l'egregio jan; non lo conoscete? meglio.

fossi in voi comunque non giudicherei, sempre per vari motivi, che non spiegherò, per pura pigrizia intellettuale, che sia. potreste comunque continuare a "cercare" i compagni delle medie, piuttosto che leggere vocaboli di uno zelig, dunque uno psicopatico.

gli occhiali di woody allen sono veri: quelli che porti tu sono di plastica. e non coprono dai "raggi bannati", che è ancor peggio.

adesso siamo tutti solidali, dei libri che hanno facce ci aiutano ad esserlo; mi sento fortunato ad esserne consapevole, potendomi permettere di fare del surrealismo dovuto: se ti chiedi "dovuto a cosa?" allora non hai capito, prova a guardare fellini, non hai capito? allora vai a cercare i compagni delle medie; ancora non hai capito..prova ad andare in chiesa. pensi di aver capito? hai fallito.

otto, cinque non è un sogno; è una cosa che ti fa capire cosa puoi fare nella vita.

non hai mai sentito castaldianate? non potresti capire il suo surrogato, non puoi capire me, non lo potresti fare comunque; non sto creando delle elitè, sto solo  grattando le croste.